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Obesità: la sindrome disnutrizionale più diffusa

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Nel corso degli ultimi anni, tra le popolazioni dei Paesi maggiormente sviluppati, si è andato sempre più diffondendo uno stato fisico definito “malnutrizione per eccesso“, meglio conosciuta con il termine “obesità“. Tale stato è da imputare da un lato a un notevole miglioramento delle condizioni socio-economiche e del tenore di vita in sempre più larghi strati delle popolazioni, dall’altro a una progressiva diminuzione dell’attività fisica individuale legata all’intervento delle macchine in sostituzione delle prestazioni muscolari umane. Nel singolo, questa situazione, provoca inizialmente un lieve spostamento del peso corporeo oltre le medie fisiologiche calcolate in gruppi omogenei per razza, sesso, età. Successivamente, col persistere dell’azione dei fattori causali, lo spostamento diviene più marcato e può realizzarsi un vero e proprio stato patologico definito “obesità”. Nel linguaggio comune l’appellativo di obeso è riservato unicamente a quei soggetti nei quali è presente un’eccezionale sovrappeso. Tuttavia questo criterio non è scientificamente corretto in quanto, per la clinica, obeso è quell’individuo che superi di almeno il venti per cento il suo peso fisiologico. Così intesa l’obesità, nelle società economicamente più evolute, è la sindrome disnutrizionale più diffusa. Vari autori stimano che nel nostro Paese la maggior parte della popolazione sia in sovrappeso e che circa il 10% degli uomini e il 15% delle donne presentino un’obesità di secondo grado. Analoghe stime riferite agli USA ipotizzano che 1 su 3 circa degli americani adulti presenti un eccesso ponderale. In Gran Bretagna un’indagine più completa, condotta nel 1981, ha rilevato che le donne sono più obese degli uomini, ma hanno una più bassa frequenza di sovrappeso. Da un’indagine condotta in Italia dall’Istituto Centrale di Statistica e dall’Istituto per lo Studio dell’Obesità (1987), su 85.509 soggetti, risulta che il 70% della popolazione esaminata ha un peso normale; il 5,5% dei maschi e il 6,4% delle femmine è affetto da obesità; il 24,1% è risultato in sovrappeso con una prevalenza maggiore per il sesso maschile. Una breve riflessione su queste percentuali può dare una fugace ma significativa cognizione di quali siano i costi sociali imposti da una condizione che favorisce e che sostiene una grande quantità e varietà di malattie. Non si può considerare tassativamente l’obesità come malattia vera e propria, dal momento che taluni convivono serenamente con la loro corpulenza e alcuni di questi raggiungono anche età abbastanza avanzate senza manifestare alcuna sintomatologia d’organo o di apparato. Per la cultura di alcuni gruppi e strati sociali, anzi, la floridezza del corpo, spesso largamente sconfinante dai limiti ponderali fisiologici, è sinonimo di bellezza e di buona salute al punto che da qualche parte si è coniata l’espressione “grasso è bello”. Tuttavia, non si può nemmeno sostenere che l’obesità sia un segno o un sintomo da trascurare o da valutare unicamente secondo criteri estetici e in base ai canoni che il tempo e le mode impongono. L’obesità è una condizione che deve richiamare l’attenzione di tutti gli operatori sanitari, dal momento che è unicamente dimostrata la significativa correlazione esistente tra aumento del peso corporeo e aspettativa di vita: tanto maggiore è il sovrappeso, tanto più breve è questa aspettativa. Essa va infatti compresa nel novero di quei fattori d rischio generico di malattia, e in particolare della malattia aterosclerotica, con tutte le conseguenze che questa provoca negli organi “bersaglio”. L’importanza sociale dell’obesità non può, perciò, essere ignorata o minimizzata; lo stretto legame di essa con numerosissimi e importanti quadri morbosi e i costi sostenuti dalla collettività per il loto trattamento, fanno ritenere, ad esempio, che in termini di risorse assorbite il problema superi per importanza quello, ben noto, del diabete mellito.

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