Il caso Soia. Informazione e contro-informazione alimentare
Diverse persone – assistiti, studenti dei miei corsi di autodifesa alimentare , collaboratori ma anche semplicemente amici – mi chiedono come muoversi nel “variegato” (per non dire altro!) mondo informativo di internet. Quello che li stupisce, e che spesso porta le persone ad assumere un atteggiamento disfattista e pessimistico sulla possibilità di prendere in mano il loro quotidiano benessere - è che sul web una cosa che fa bene oggi fa male domani, e viceversa.
Parliamo di alimenti, farmaci, terapie, discipline.
Quello che dobbiamo capire è che il già complicato regno delle opinioni personali in questo caso si arricchisce (direi che è proprio il termine giusto) dei classici interessi economici.
Molto spesso ci si trova ad ascoltare – e istintivamente a condividere – affermazioni legate al fatto che “oramai tutto gira intorno ai soldi”. A parte l’estrema generalizzazione di fondo, che rende una frase del genere utile solo per lamentarsi di un mondo degenerato, ma completamente inutile per attivarsi e cambiare le cose, in effetti la spinta economica rappresenta oggi per gli esseri umani ma soprattutto per le comunità organizzate una spinta all’azione quanto mai generalizzata.
Il discorso è ampio, e ci porterebbe fuori da questo articolo. Certamente potremmo ipotizzare che una delle principali cause di questo meccanismo banalizzante – in quanto riducendo le motivazioni dell’agire umano ad un'unica dimensione si perde in ricchezza – sta nella progressiva complicazione della nostra esperienza.
In un mondo che produce e registra eventi come non è mai successo prima (credo che in un giorno circolino a livello planetario lo stesso numero di notizie che un secolo fa circolavano in un anno), in cui esistono migliaia di idee, filosofie, stili, esperienze, oggetti, possibilità, il denaro sembra essere l’unico modo per tradurre in un’unica lingua questa estrema varietà di verità individuali.
E credo che questo sia tranquillizzante per molte persone… “se sono ricco posso sperimentare tutto!”.
Detto ciò, dato che ci stiamo occupando di informazione alimentare, dobbiamo ricordarci come funziona e ha sempre funzionato la gestione informativa del potere: chi ha potere decide cosa comunicare al fine di mantenere o implementare il suo potere.
Ora, se nel mondo commerciale da sempre si creano concorrenze sistemiche (es.
due bar nello stesso paese), in un mondo marcatamente capitalistico come quello planetario odierno, questo tipo di concorrenze sistemiche assumono toni e proporzioni gigantesche.
In questo senso l’
industria alimentare, quella
farmacologica e quella più generalmente definita come l’
industria del wellness (creme, apparecchi elettromedicali, centri sportivi, centri benessere) tendono ad innescare oggi scontri che si fanno sempre più epici, e – dunque - senza esclusione di colpi. Anche perché se mangi bene, fai
sport, consumi integratori probabilmente consumi poco alcool, poche sigarette e meno farmaci. E vice versa. Va da sé che i
due gruppi di interesse tendano ad essere di fatto in concorrenza direi addirittura esistenziale.
Ma torniamo alla
concorrenza sistemica.
Quando si parla di
benessere, cucina,
salute, si toccano argomenti e leve molto personali, che coinvolgono molto più di quanto sembra. In ballo c’è la tradizione (“mia nonna cucinava così…”), gli attaccamenti affettivi (“sin da bambina ho bevuto latte…”), l’onnipresente gusto personale (“a me piace e non so resistere…”).
In quest’ottica, il modo migliore per far spostare la bilancia verso una o l’altra soluzione in concorrenza sistemica (es. carne rossa/carne bianca, carne/soia, burro/margarina, etc.) passa sempre più spesso attraverso il più efficace metodo di gestione del potere dai tempi dei Sacerdoti babilonesi: la
gestione e - dunque -
la manipolazione dell’informazione.
C’è chi sostiene infatti che oggi, con un budget adeguato, si riesca a “
dimostrare” scientificamente tutto ed il contrario di tutto.
Quindi ci sono “studi” che “dimostrano” che il parmigiano fa bene (!), e studi che sostengono il contrario. Studi che osannano la soia e studi che la demonizzano. Studi che promuovono gli integratori e studi che li affossano.
Anche perché ci muoviamo spesso su gradazioni di grigio, per cui in buona sostanza spesso c’è un seppur minimo fondamento in quasi tutti gli studi seri.
Il punto è: come
misurarne la quantità?
Se mi si dice che i fitati di legumi e cereali fanno male, riducendo l’assimilazione dei minerali, quanto fanno male? Più o meno delle
fibre che apportano? Più o meno dei
carboidrati complessi che ci danno? Più o meno della digeribilità che offrono?
In ultima istanza il punto è proprio la
misurazione di quanto un aspetto di un alimento faccia bene o male, e dunque quanto un alimento a conti fatti sia più benefico o dannoso. E’ quello che in
Autodifesa Alimentare chiamiamo il “
Beneficio Assoluto”.
Una cosa è tuttavia
inaccettabile:
parlare di interessi commerciali della parte avversa per “denunciare” la sua mancanza di obiettività. Così come non ha senso presupporre che se il settore fattura tanto le loro comunicazioni siano necessariamente più faziose del settore concorrente emergente.
La differenza è solo nel
grado di intervento, nel
volume con cui espongono le loro ragioni. E’ una bilancia in cui si confrontano per ogni settore (es. gli alimenti proteici) il
detentore del titolo (es. la carne) e
lo sfidante (es. la soia). E ciclicamente l’ago della bilancia tende a spostarsi, in base comunque allo sviluppo scientifico di fondo e al paradigma dominante. Ed inevitabilmente lo sfidante di oggi può diventare il campione di domani, e trovarsi a gestire più soldi per portare avanti il suo messaggio. Questo non vuol dire che sia sbagliato…
A questo proposito negli ultimi mesi c’è stato un attacco piuttosto importante alla
soia (o dovrei dire all’industria della soia?).
Un paio di articoli molto complessi e strutturati hanno fatto parlare di sé molti blog e siti internet, accusando la soia di essere sostanzialmente un alimento malsano e dannoso.
Tralasciando per il momento la struttura comunicativa dei due articoli, che come studioso di comunicazione mi affascina e che in altra sede cercherò di analizzare, vorrei soffermarmi sui contenuti per cercare di verificarne il fondamento. Ovviamente non intendo contrapporrre le ragioni pro-soia. Quello che voglio fare è semplicemente verificare per quanto è nelle mie possibilità i contro.
Prima però, con riferimento ai discorsi appena fatti, voglio solo far presente che in uno di questi articoli si parla di 80 milioni di dollari investiti dal cartello della soia come “grande investimento pubblicitario”, suggerendo che usando tali risorse si possano facilmente convertire le coscienze anche dei consumatori più accorti. Ebbene, questa cifra (che suona possente) corrisponde appena al 2,5% dell’investimento pubblicitario annuo della Coca Cola!
Comunque, passando alle accuse, secondo questo filone informativo la soia:
1. causerebbe danni alla tiroide, ritardi mentali, problemi riproduttivi e malattie degenerative come l’Alzheimer (a causa degli Isoflavoni per il loro ruolo Fitoestrogeni);
2. causerebbe problemi neurologici (a causa del glutammato di sodio);
3. rallenterebbe lo sviluppo fisico in quanto non farebbe assimilare alcune proteine (a causa degli inibitori della tripsina pancreatica);
4. impedirebbe l’assimilazione di molti sali minerali (a causa dei fitati);
5. creerebbe rischio di allergie in quanto molto allergenico.
Riguardo al punto 1., gli indiziati isoflavoni sono in tutte le leguminose, anche se in dosaggi minori, ma anche in agrumi, cipolle, mele, uva, vino rosso, birra, olio d'oliva, tè...
“I dati sperimentali hanno mostrato che il contenuto in isoflavoni (genistina, daidzina) degli alimenti analizzati è compreso tra 21 e 803 μg/g. (tra 2,1 e 80,3 mg/100 g, ndr). (…) Prendendo in considerazione l’ipotetica DGA suggerita dal Ministero della Sanità, pari ad 80 mg/die, si può affermare che nel caso degli adulti non esiste una reale preoccupazione. (…) preoccupante è la situazione di neonati alimentati con formulati a base di soia, dove la quantità giornaliera di isoflavoni assunti da un neonato, nei primi sei mesi di vita, si aggira intorno ai 12.5-25.6 mg.”
(Sheila Morandi e Anna Arnoldi, Università Studi di Milano).
Quindi forse è da indagare meglio il rischio di assunzione di isoflavoni per i bimbi molto piccoli (lo ricordiamo: sono anche nella frutta...), ma non è un caso che anche noi sosteniamo l’allattamento al seno per il periodo più ampio possibile.
In questo senso tuttavia l’accusa di avere proprietà gozzigene (che limitano l’assimilazione di iodio creando potenziali rischi per la tiroide e che condividono con le pur ottime crucifere), è debole in quanto uno studio della Società Scientifica di nutrizione Vegetariana sostiene che “non sono stati associati ad insufficienza tiroidea in soggetti giovani, in presenza di adeguati introiti di iodio” (Luciana Baroni, SSNV).
Per contro (non posso esimermi dal ricordarlo...), pur volendo ignorare i contestati vantaggi ormonali per le signore in menopausa, questi isoflavoni
· abbassano il colesterolo LDL (cattivo) ed il colesterolo totale,
· rallentano l’azione degli osteoclasti, cellule che “mangiano” le cellule ossee,
· svolgono un’azione antiossidante importante agendo anche con un’azione simil ormonale: svolgono azione antitumorale, impedendo la proliferazione cellulare e la trasformazione, indotta da agenti mutanti e da radicali liberi,
· svolgono una funzione anti–infiammatoria
Riguardo al punto 2., è vero che la soia contiene più glutammato di qualsiasi altro alimento vegetale, perché ne contiene circa il 2%… ma tutti i formaggi, tutte le carni, tutti i pesci, tutta la frutta secca (incluse le mandorle), diversi cereali integrali (frumento, orzo, segale, avena e amaranto) ne hanno di più, con punte di quasi 5 volte tanto per il grana, di 2,5 volte per il tacchino, di 1,5 volte per le alici!
Ne hanno meno solo le uova, il latte, tutti gli altri vegetali, alcuni cereali (riso, miglio, quinta), ma dei legumi solo i piselli e fave ne hanno molto meno (circa un terzo), mentre fagioli, ceci e lenticchie ne hanno poco meno.
Insomma, qualcosa dovremo pur mangiare, e se mangi carne e pesce assumi molto più glutammato di quanto ne assumi mangiando soia!
Ovviamente parliamo di cibi a base di soia di qualità, senza glutammato aggiunto.
Riguardo al punto 3. è vero che la soia contiene inibitori della tripsina pancreatica, che è un enzima che serve a scomporre alcune proteine, ma "il calore ne distrugge la gran parte… "(“Teoria e pratica della alimentazione vegetariana” - Aurelia Rottigli);
Riguardo al punto 4. è un vero allarmismo: l’acido fitico o i fitati spariscono con ammollo, germogliazione o fermentazione.
Riguardo al punto 5. è vero che la soia è considerato un alimento allergenico, ma è in buona (si fa per dire) compagnia.
Leggo dalla Direttiva 2000/13/CE la lista completa delle sostanze considerate allergeniche in UE:
· Cereali contenenti glutine: grano, segale, orzo, avena, farro, kamut o le loro varietà ibridate e prodotti derivati
· Crostacei: e prodotti derivati
· Uova e prodotti derivati
· Pesce e prodotti derivati
· Arachidi e prodotti derivati
· Soia e prodotti derivati
· Latte e prodotti derivati incluso il lattosio
· Frutta secca in guscio: mandorla, nocciola, noce, anacardio, noce pecan, noce brasiliana, pistacchio, noce, macadamia e prodotti derivati
· Semi di sesamo e prodotti derivati
· Sedano e prodotti derivati
· Mostarda e prodotti derivati
· Biossido di zolfo e solfiti a concentrazioni superiori a 10 mg/Kg o 10 mg/litro, espressi come SO2.
Non dobbiamo infine dimenticarci che una cosa sono i prodotti a base di soia ed una cosa sono le proteine isolate della soia.
I fagioli di soia vengono trattati con esano per estrarne l'olio, tolto il quale otteniamo farina di soia sgrassata con proteine di valore biologico molto vicino a quello originale dei fagioli di soia, dato che l'esano ha un punto di ebollizione basso. Dalla farina si possono ottenere, tra l’altro, proprio quelle proteine isolate di soia che vengono estratte con acqua o con prodotti alcalini e che vengono commercializzate sotto forma di integratori a base vegetale. E’ importante sapere che le proteine isolate della soia solo il migliore modo per estrarre proteine dalla soia, anche se non l’unico. E nelle proteine isolate della soia restano abbastanza inalterati gli isoflavoni.
Quindi il flusso produttivo rispetto alle proteine sarebbe:
fagioli di soia (35%) > farina di soia sgrassata (50%) > proteine isolate di soia (90%)
Anche qui: le proteine servono al nostro organismo (hai già letto "Il Rischio Colosseo"?) e da qualche parte vanno pur prese…
Morale della favola?
Se chi ha più soldi sostanzialmente urla più forte le sue ragioni scientifiche, il consumatore per capire cosa è meglio per sé e per la sua famiglia ha oggi secondo me solo due scelte:
· farsi una cultura in campo scientifico, medico, chimico e biologico e provare a verificare di prima mano il grado di attendibilità dei vari studi per decidere cosa mangiare, oppure
· delegare professionisti che lo facciano per lui affidandosi a dei mediatori culturali – come Autodifesa Alimentare - in grado di indicare una strada che sembra a conti fatti – oggi- la migliore.
In entrambi i casi la cosa migliore da fare è testare su di noi e monitorare il nostro livello di soddisfazione personale.
Il resto, la dietrologia, i fatturati, la simpatia, la nazionalità sono solo fatti accessori che ci distraggono dalla sostanza.
Buona soia a tutti.
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